La morale cristiana ci dice che quella sul Dat è una legge imperdonabile

Alla Camera, sulle “dichiarazioni anticipate di trattamento”, è stata decisa una legge imperdonabile. Al di là della loro vanificazione in “orientamenti” non vincolanti e dell’evidente incostituzionalità. Assumerò senz’altro il presupposto “morale” di chi ha voluto così la legge, che impone idratazione e alimentazione fino al collasso metabolico della vita vegetativa, non ritenendosi sufficiente per sospendere ogni tipo di cura e sostegno vitale l’accertamento quale che sia del collasso della vita cognitiva. di Eugenio Mazzarella, deputato del Pd
5 AGO 20
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Al direttore - Alla Camera, sulle “dichiarazioni anticipate di trattamento”, è stata decisa una legge imperdonabile. Al di là della loro vanificazione in “orientamenti” non vincolanti e dell’evidente incostituzionalità. Assumerò senz’altro il presupposto “morale” di chi ha voluto così la legge, che impone idratazione e alimentazione fino al collasso metabolico della vita vegetativa, non ritenendosi sufficiente per sospendere ogni tipo di cura e sostegno vitale l’accertamento quale che sia del collasso della vita cognitiva, sul presupposto che questo “collasso cognitivo”, la coscienza nella sua base di vita cerebrale, non sia mai con totale sicurezza accertabile, e che quindi in ipotesi da questo collasso cognitivo, da questa assenza di coscienza, che è solo una sua latenza, si possa tornare a sé, alla “persona”; e che non si possa negare a nessuno questa possibilità di “risveglio”.

Argomenterò l’imperdonabilità morale di questo assunto, al di là della sua plausibilità scientifica. Lo farò tramite un esercizio di metafisica elementare, nel senso minimale di un ragionamento che va oltre l’evidenza fisica, intesa quest’evidenza come l’accertabilità intuitiva (ictu oculi) o deduttiva (univocamente deducibile da segni, da “segnali”) di uno stato di fatto. Nel nostro caso, lo stato di fatto è la possibilità o meno di un ritorno a sé della vita cosciente in presenza degli “stati vegetativi”.
Assumiamo dunque, in nome di un favor vitae coscientiae, che ci sia sempre e senz’altro, in presenza di una pur minima traccia di attività chimica ed elettrica a livello cerebrale, non abolizione di coscienza, un punto evidentemente di non ritorno, che non porrebbe problemi morali, ma sua latenza: un residuo di presenza a sé, di “coscienza”, che può “risvegliarsi”. Un principio di libertà e di coscienza, fondamento della persona, murato nel suo corpo, nella sua vita vegetativa, che non comunica, e con cui non si riesce a entrare in contatto, e con cui possiamo solo instaurare un dialogo metafisico in assenza di ogni segnale fisico di comunicazione (pensiero, parola, segno).

Eccoci dunque in questa stanza chiusa della coscienza: in questa “stanza chiusa” dove appunto assumiamo che non ci sia un puro vuoto vegetativo del vivente uomo, del suo principio formale, la coscienza – che non ci darebbe altro problema morale se non la delicatezza da rendere a un corpo che è stato persona – ma proprio una “coscienza” che non riceve notizia dal mondo e / o non ne comunica, prigioniera dell’irrelatezza. Che siamo in presenza di un recesso dove ancora è insediata l’anima, libertà consapevole e principio del movimento: libero è ciò che si muove verso se stesso e gli altri (dove ciò non accade non c’è anima, e la libertà umana o è consapevole o non è).

Immaginiamo ora che questo qualcuno o qualcosa, murato in questo suo stato, sia consapevole e ci abbia lasciato detto, in una precedente consapevolezza, di non tenercelo, di lasciarlo andar via, nel tunnel di luce che molti dicono di aver visto e che porta al nulla o a qualcosa, a un’ultima pace dopo il nulla, o a un’altra libertà, e che non avrebbe accettato di stare nel suo corpo consapevolmente chiuso come nella sua tomba. E immaginiamo che questo qualcuno o qualcosa continui a desiderare questo, di alzarsi dal suo letto di niente, di sciogliersi dalle sue bende e andar finalmente via, perché non sogna risvegli, e non è capace di aspettare ritorni. Ammesso che questo qualcuno o qualcosa ci sia, di là nella stanza buia, abbiamo diritto di tenercelo, contro la sua volontà, contro la sua volontà presente, in atto in quel buio, non aprendo mai quella porta? Qual è la misura di quest’angoscia che ci è stato chiesto di non patire? Siamo in grado di stimarla e di infliggerla a qualcuno?

Ci si può obiettare che quel qualcuno
o qualcosa potrebbe, anche in quello stato di carcere murato di sé, “aver cambiato idea”, di sognare il risveglio, e che solo non riesce a comunicarci questa sua mutata volontà, e ce ne ringrazierà domani che sia “svegliato”. Nei dialoghi metafisici, questo può accadere. Allora lasciamolo accadere. Abbiamo davanti un bivio. Non potendo ascoltare una mutata volontà, noi diamo esecuzione a una volontà di andarsene che è mutata, impedendole di continuare a sognare di poter tornare: ora questo qualcuno o qualcosa che ha patito questa nostra decisione è possibile che se ne dolga, e forse certo se ne dorrà, ma potrà anche perdonarci, perché sarà in grado di capire che stiamo obbedendo all’ultima sua volontà che abbiamo potuto percepire, che l’intenzione è buona. E che stiamo solo sbagliando. Che è imperfetta la cognizione del male che si compie, e solo perciò si compie. Che non c’è il male, l’azione malvagia. Immaginiamo invece che quella volontà non sia mutata, ma solo più spaventata e irrigidita nella decisione di andarsene dal suo corpo tomba. Quale Dio o quale Biologia può essere invocata per smentire quella volontà? In quella stanza chiusa c’è qualcuno o qualcosa che continua a chiedere a noi, che non sentiamo, di andar via. Qualcuno che continua a chiederci, dall’altro lato del mondo, qui vicino a me: “Perché mi fai questo?”. Non ascoltare la sua volontà che abbia espresso, ecco, questo, qualcuno o qualcosa finché “vive” in quella stanza chiusa non ce lo perdonerà, non potrà perdonarcelo, perché davanti alla sua richiesta non avremo neppure il velo della nostra ignoranza. Avremmo infranto la regola aurea delle grandi culture morali della storia dell’umanità, anche di quella cristiana: “non fare agli altri quello che non vorresti fosse fatto a te”. Nella morale cristiana, nella consapevolezza piena di venir meno alla “regola”, questa è la radice del “peccato”. Ecco perché questa legge è imperdonabile, e alla fine non sarà perdonata. Chissà se al Senato non ci sia un giudice, come a Berlino.

di Eugenio Mazzarella, deputato del Pd